2 febbraio – Lucine che restano accese
Era davvero difficile farsene una ragione, bisognava ammetterlo. Era una giornata assolutamente splendida. Era anche fredda, sì, la più fredda dell’anno fino a quel momento probabilmente, ma restava splendida. I raggi del sole sembravano danzare nell’aria, donando un calore difficile da percepire attraverso i diversi strati di indumenti pesanti. Eppure c’era: si insinuava forse dagli occhi e arrivava giù, dritto nel petto. Quel calore assomigliava a un abbraccio.
Il 2 febbraio c’era sempre bisogno di un abbraccio.
Sì, era davvero difficile farsene una ragione, si ripeté Lucia. Toccava a una giornata così concludere il periodo più bello dell’anno, portare via l’ultimo baluginio del Natale… e pareva davvero una bizzarra contraddizione. Si sarebbe aspettata un giorno di pioggia, quelli in cui il grigio del cielo sembra avvolgere il mondo e smorzare suoni e colori. La bambina sospirò silenziosamente sotto la sciarpa.
«Non è tristezza», rifletté a un tratto. «È nostalgia». Aver trovato il termine giusto per descrivere il proprio stato d’animo le diede una certa soddisfazione. Il viso di Lucia, pensieroso, fu addolcito da una lieve increspatura delle labbra. Amava le parole e spesso, si era resa conto, comprenderne il reale significato richiedeva tempo e capacità di ascoltare… anche di ascoltare sé stessi, come in quell’occasione.
Il nonno Giuseppe era affacciato dall’altro lato della ringhiera del balcone e nuvolette di fumo si alzavano indolenti dalla sua mano. Di tanto in tanto, portava la sigaretta alla bocca, ma perlopiù restava a osservare il mondo circostante, assorto. Dava le spalle a Lucia e non sembrava essersi accorto della sua presenza. La bambina sapeva essere silenziosa. Aveva imparato tanto da quando il gattone rosso Cannello era diventato il suo compagno di avventure.
Quando Giuseppe spostò lo sguardo verso il cortile, mostrando alla nipotina il profilo spigoloso e profondamente segnato dal sole, finalmente si accorse della presenza della bambina. In un attimo, spense la sigaretta, stropicciando in fretta ciò che ne restava sul posacenere.
«Ehi, da quanto sei qui? Lo sai che non mi piace fumare vicino a te», le disse con affetto.
«Ti guardavo», rispose Lucia con semplicità. «E poi ormai lo so: quella sigaretta si fuma da sola, stai tutto il tempo a osservare il cielo finché non si consuma!».
Giuseppe scosse la testa, ridendo. «Non ci credo che hai nove anni, sai? Non ci riesco proprio». La sollevò lentamente per tenerla tra le braccia, come a volerle ricordare che, invece, Lucia era e sarebbe sempre stata la sua piccola nipotina. La bambina sapeva di aver ricevuto un complimento e rise insieme a lui, appendendoglisi al collo. «Sì, guardavo il cielo ed ero distratto», continuò il nonno, mentre le passava una mano sulla schiena per scaldarla. «È bello il cielo, no? È sempre lì, sulle nostre teste: una certezza. Forse è per questo che ogni tanto la gente dimentica di guardarlo. Diamo per scontato che resti lì per sempre. Ma è così bello, cambia ogni giorno. Che dico? Ogni momento del giorno. Come si fa a non rimanere imbambolati davanti al cielo?».
Non era sempre facile capire bene cosa intendesse dire il nonno. Nonostante questo, Lucia adorava ascoltarlo. Anzi, proprio ciò che sembrava sfuggirle restava a ronzarle nella mente. Continuava a pensarci e a ripensarci, come a un indovinello la cui soluzione arrivava poi all’improvviso, anche dopo tanto tempo.
«Allora tu sei bello come il cielo, nonno», disse allegra Lucia, credendo di aver colto il significato di quanto aveva detto lui. «Ecco perché ti guardavo. Non me ne dimentico mai di guardarti».
Il nonno Giuseppe la riempì di baci. Quando si sciolsero dall’abbraccio e Lucia fu di nuovo coi piedi sul pavimento, lei si abbandonò a un broncio improvviso. Un broncio che aveva cercato di trattenere in ogni modo.
«Nonno, dobbiamo proprio toglierlo l’albero di Natale?», chiese in un soffio.
«Be’…», cominciò Giuseppe. Si fermò un attimo e guardò verso la magnolia in cortile, come se stesse cercando le parole giuste. Anche Lucia prese a osservare la magnolia. Era maestosa. L’autunno l’aveva spogliata dalle sue foglie da tempo, ma in un certo senso quella nudità sembrava averle dato l’opportunità di mostrarsi in tutto il suo splendore. I rami si allungavano verso l’alto con eleganza, come a voler mimare un passo di danza classica. L’aria invernale, poi, che aveva accolto le sue gemme vellutate, ne rendeva i contorni più netti, in un certo senso, lasciandola in uno stato di apparente immobilità. «Tecnicamente, non dobbiamo farlo per forza», continuò il nonno. «Ma il periodo natalizio si è concluso e credo sia importante dire “arrivederci” anche alle cose più belle. Vedi? Anche la magnolia ha dovuto salutare fiori e foglie, in attesa del ritorno della primavera: ma io credo che sia bellissima anche così».
Lucia, che aveva dedicato alla magnolia tantissimi disegni sul suo diario, era certamente d’accordo su questo, ma… Abbassò lo sguardo, il broncio ancora perfettamente incastonato tra le sue guanciotte, accarezzando con la punta dello stivaletto giallo un dislivello del pavimento. Giuseppe si accovacciò davanti a lei, tenendole le mani tra le sue. Erano ruvide e calde e la bambina fu grata di quel contatto.
«Sai, tesoro mio… Ecco, ti faccio una domanda: se fosse sempre Natale, pensi che ci piacerebbe allo stesso modo?»
Lucia aggrottò la fronte, perplessa. Il nonno non faceva mai domande stupide, eppure per un attimo pensò che quella richiedesse una risposta incredibilmente scontata. Immaginò le lucine colorate, le decorazioni e i dolci fragranti ricoperti di glassa bianca come la neve. Ah… la neve, poi! Non c’era niente di più bello della neve. Ripensò ai giorni dedicati ai preparativi, alle riunioni a casa della signora Pina e del signor Giorgio, al soggiorno di Vittorio che pareva riuscire a catapultarla direttamente nella fabbrica di giocattoli degli elfi di Babbo Natale. Ricordò infine la serata della Vigilia, che li aveva raccolti tutti insieme davanti allo stesso tavolo. Era più che ovvio che le sarebbe piaciuto che fosse sempre Natale. Però… il nonno non faceva mai domande stupide, no. Quindi rispose con prudenza: «Be’, credo di sì…».
Il nonno si lasciò andare a una risata benevola. «Mhm. Sì, forse all’inizio sì. Dopo un po’, però… secondo me, finiremmo per non farci più caso. Non lo aspetteremmo più con trepidazione. Non lo riconosceremmo più come qualcosa di speciale». Fece una pausa, lasciandole il tempo di pensarci. «Tu ti ricordi com’è bello quando arriva l’autunno e all’improvviso senti nell’aria quel profumo che sa di legna, di torte appena sfornate e di copertine da tirare fuori?», chiese, con un’espressione sognante. «Quando cominci a sperare che faccia abbastanza freddo da poter mettere il cappello di lana con il pon pon, quello viola che ti piace tanto?»
Lucia sorrise. Le parve di sentire i profumi di cui stava parlando il nonno e, per un attimo, percepì il ricordo di quelle emozioni come fosse una carezza che le sfiorava piano il viso. Chiuse gli occhi, li riaprì lentamente. «Sì, è vero… mi viene voglia di fare l’albero già a ottobre! E poi conto i giorni che mancano fino all’8 dicembre!».
Il nonno ridacchiò. «Ecco, appunto. È proprio quell’attesa lì che rende tutto più bello. Come quando ti prepari per una gita: scegli i vestiti, conti i giorni, immagini cosa vedrai. Quando poi parti davvero, il cuore è già pieno di gioia da tanto tempo, ancora prima di arrivare».
Lucia annuì, in silenzio. C’era tanto da capire, ma fu certa di aver cominciato col piede giusto. Anche se quella malinconia che l’aveva accompagnata negli ultimi giorni non sembrava avere intenzione di svanire.
«Ogni periodo dell’anno ha un compito, mettiamola così», aggiunse il nonno. Mentre parlava, la invitò con dolcezza a entrare in casa: faceva davvero freddo sul balcone. Quando si chiuse la porta-finestra alle spalle, continuò: «Il periodo natalizio è un periodo di festa, un periodo in cui si sta insieme e si fa tanto chiasso. È un periodo in cui ci si rimpinza di ogni cosa buona che siamo capaci di preparare. Quando finisce quella fase, ne inizia un’altra, sicuramente meno caotica, ma altrettanto importante. L’inverno non si conclude con il Natale. Anzi, i giorni più freddi arrivano dopo e ci aiutano a riposarci. C’è bisogno di rallentare, di stare al caldo, di riflettere, di fare con calma qualche progetto. È bello anche questo, no? E poi… a un certo punto cominceremo a sentire la mancanza del sole sulla pelle».
Rientrati in cucina, furono accolti da un profumo delizioso: quello della cannella era preponderante; quello delle mele lievemente caramellate dalla cottura giungeva con calma, sommesso, ma era un chiaro indizio di cosa ci fosse nel forno. Nonna Maria, che stava guardando proprio attraverso il vetro per controllare la sua torta di mele, si alzò lentamente. Mise le mani sui fianchi e li guardò, sorridendo con la consueta dolcezza. «Se non ci fosse un prima o un dopo», intervenne lei, «il Natale arriverebbe senza incanto. Resterebbe solo una parola segnata in rosso sul calendario… Invece, bambina mia, il Natale è un piccolo miracolo che possiamo costruire ogni anno, piano piano. Tu l’hai ricordato a tutti quanti, sai?».
Era evidente che la nonna avesse compreso benissimo l’argomento della conversazione. D’altra parte, pensò Lucia, non era di certo la prima volta che chiedeva ai nonni di lasciare l’albero di Natale lì dov’era. Si morse il labbro, ripensando a quando negli anni passati aveva addirittura pianto. «Che scema…», pensò. «Non ho più cinque anni, non posso mettermi a piangere così!». La bambina inspirò profondamente, mentre gli occhi lucidi contraddicevano i suoi buoni propositi.
Sul divano, ovviamente, trovò Cannello. Lo raggiunse e lo prese in braccio, mettendoselo in grembo quando si fu seduta. Il gattone rosso la lasciò fare, come al solito, ma gli occhi socchiusi rivelavano un certo disappunto. Non pareva aver gradito quell’improvviso cambio di posizione. Lucia prese ad accarezzarlo e Cannello mostrò immediatamente un’espressione più indulgente.
«Quindi… mettere via l’albero serve anche a far tornare l’attesa?», chiese Lucia, ma senza troppa convinzione. In quel momento, avrebbe solo desiderato avere una settimana in più. Anche due giorni, forse, le sarebbero bastati.
«Esatto», rispose il nonno, sgranocchiando una noce. «Così quando tornerà il momento di tirarlo fuori, ci sembrerà di rincontrare un amico speciale dopo tanto tempo».
La nonna lo guardò fingendo un’espressione di rimprovero. «Il solito. C’è un buon odore in cucina e non riesci proprio ad aspettare che sia pronto». Si rivolse poi a Lucia, ridacchiando. «Come dobbiamo fare con questo nonno che hai, amore mio?».
Giuseppe posò un rumoroso bacio sulla guancia della moglie e tornò a schiacciare noci sul tavolo. Lo scricchiolio sembrava scandire l’attesa di quel tesoro che cuoceva in forno. Poi il nonno guardò Lucia, le fece l’occhiolino e le porse un paio di noci. «Tieni, sono buonissime. Toglieremo l’albero insieme, tutti e tre. Un passo alla volta». Lucia lo guardava, con un sorriso incerto. Lui abbassò la voce e aggiunse: «Però ti svelo un segreto: non bisogna mica togliere proprio tutto tutto».
***
Il cellulare vibrò dalla tasca del cappotto, emettendo il suono decisamente vintage di un vecchio clacson. Attraverso le cuffiette, quella notifica interruppe la musica che gli fluiva da ore nelle orecchie. Un momento dopo, la voce di Stevie Wonder tornò ad accompagnare il ritmo con cui si muoveva nel traffico l’autobus.
Alberto sbuffò, restio a tirar fuori la mano dal guanto per poter controllare il messaggio appena arrivato. Era abbastanza certo, d’altra parte, che si trattasse di Pietro: i viaggi gli mettevano addosso parecchia ansia, anche quando non era lui ad affrontarli, e ogni mezz’ora bisognava assicurargli che fosse tutto ok. Alberto era solito rispondergli con messaggi del tipo: “sono ancora vivo”, “un meteorite mi ha mancato per un soffio”, “fortunatamente gli alieni hanno rapito il tizio che mi sedeva accanto, non me” o cose del genere. Lo prendeva in giro di continuo e Alberto reagiva a quelle assurdità con i suoi rebus fatti di emoticon. L’ultimo includeva una faccina arrabbiata che buttava fumo dalle narici, un candelotto di dinamite e un gesto poco carino della mano.
Si decise a sfilare il guanto verde foresta, mentre l’autobus accostava davanti a una fermata e le porte aperte lasciavano entrare un sottile ma intenso alito di gelo. Il bassotto Piccolo, che gli stava in grembo, perfettamente immobile e composto, lo guardò perplesso. Il suo sguardo parlava piuttosto chiaramente: lui i suoi guantini impermeabili non li avrebbe tolti per nulla al mondo.
«Lo so, è da stupidi», gli sussurrò Alberto, intuendo quei pensieri. Piccolo sbadigliò e la sua coda fu attraversata da un rapido tremito.
Lo schermo del cellulare si accese al tocco del ragazzo e gli mostrò subito che si era sbagliato: il messaggio era di zia Pina.
“Tesoro, tuo padre mi ha detto che arriverai per l’ora di pranzo. Dopo potresti passare di qua a prendere un caffè. Non dirgli che ti ho detto che mi ha detto che saresti venuto. Non so neanche cosa ho scritto, ma hai capito, insomma. Poi quello comincia a borbottare e non la finisce più. A dopo cuore di zia. È bello che vieni.”
Alberto rise silenziosamente dietro il bavero del cappotto, che gli copriva metà del volto. Restavano visibili solo una piccola parte del naso arrossato dal freddo e un paio di occhi dolci e verdi. Un cappellino color senape, invece, gli teneva nascosti i capelli biondi come il miele, portati all’indietro. Giocherellò con la zip del cappotto per qualche secondo, rileggendo divertito quel messaggio. Pina non era davvero sua zia, ma era stata come una sorella per sua madre… e lui l’aveva sempre chiamata così. Lanciò uno sguardo verso i propri piedi, tra i quali ondeggiavano allegri i rami di una splendida orchidea: i sepali, i cui bordi erano bianchissimi, si coloravano progressivamente di puntini viola, i quali diventavano macchie sempre più ampie e irregolari, fino a raggiungere il massimo dell’intensità al centro, sui tre petali. Ogni fiore – ce n’erano sette su ognuno dei due rami – assomigliava alla testa di un leone variopinto intento a ruggire con fierezza. Alla zia sarebbe piaciuta un sacco, ne era sicuro: quella pianta avrebbe impreziosito la sua ampia collezione di Phalaenopsis.
Sovrappensiero, infilò di nuovo il guanto, prese ad accarezzare Piccolo con lentezza e guardò fuori dal finestrino. Il sole era una presenza tanto singolare quanto gradita, quel giorno: splendeva incurante del freddo, consolava i bordi degli edifici e i contorni delle persone che si affrettavano lungo i marciapiedi, richiamava quegli uccellini che, coraggiosi, cantavano in cima ai pali della luce o sui rami dei sempreverdi che spuntavano qua e là di tanto in tanto. Era una bella giornata, senza dubbio, e quel pensiero lo fece sorridere, attirandone altri, come in una catena luminosa. Pensò che papà sarebbe stato felicissimo di incontrarlo di nuovo. Non che glielo avesse detto chiaramente, questo no. Fare certe dichiarazioni non era nello stile di Giorgione Brontolone (come lo chiamava mamma). Eppure ne era certo: parlare al telefono con lui era difficile, sì, ma Alberto ormai era cresciuto e aveva imparato che le persone comunicano anche con mezzi diversi dalle parole.
«Il mezzo preferito di papà sono i brontolii, bisogna saperli interpretare, tutto qua», si disse. D’altronde, riservato e silenzioso com’era, anche Alberto aveva un modo tutto suo di comunicare. Se non ci fosse stato qualcuno capace di ascoltarlo, sarebbe rimasto per sempre nel suo mondo, in solitudine, probabilmente. «Sono più simile a papà di quanto avrei mai voluto ammettere», rifletté con un sorriso. «Non mi stupirei se un giorno Pietro iniziasse a chiamarmi Alberto Brontolone».
Tra un verso incerto e l’altro, ad ogni buon conto, durante la loro ultima conversazione telefonica Giorgio aveva accennato a qualcosa di cui avrebbe voluto parlargli, una “notizia” non meglio specificata, una “questione interessante”, una “certa opportunità”. Quando Alberto aveva provato ad approfondire, il padre era stato evasivo, come se a un tratto si fosse reso conto di aver detto una valanga di stupidaggini.
«Domattina prendi il treno, poi l’autobus e vai a capire cosa bolle in pentola, Albè», aveva stabilito con la consueta risolutezza Pietro alla luce del racconto di quella telefonata. «Ti faccio subito i biglietti, altrimenti tu resti una settimana a riflettere. Tu pensa pure, io nel frattempo agisco. Non amo saperti con le chiappe sui binari, lo sai, ma qui c’è da capire cosa sta cercando di comunicarti tuo padre. È V-I-T-A-L-E». Dell’ultima parola aveva fatto un accurato spelling e Alberto non aveva potuto far altro che annuire, nascondendo a stento una risata. Dopotutto, non gli dispiaceva trascorrere un paio di giorni con papà.
Quei pensieri lo accompagnarono nell’ultimo tratto del suo viaggio. Tre ore in treno e un’ora abbondante di autobus: non una sfacchinata, forse, ma neanche il massimo della comodità; una distanza che, dopo lo scorso Natale, aveva iniziato improvvisamente a pesargli. Non aveva previsto neanche questo: dopo aver riabbracciato suo padre, era riuscito a rendersi conto – e ad ammettere con sé stesso – quanto quella figura burbera, ma in fondo tenera e buona, gli fosse mancata. L’uomo dal quale aveva creduto per anni di essere stato rifiutato con freddezza e disinteresse si era rivelato ai suoi occhi come una persona sensibile, fragile e insicura, spesso semplicemente incapace di trovare la cosa giusta da dire. Ora, sceso dall’autobus, mentre si dirigeva verso il “Condominio di Natale”, le gambe sembravano più leggere. Neanche il freddo sembrava riuscire a raggiungerlo e, sotto un considerevole numero di indumenti caldi, il cuore iniziava ad accelerare al ritmo di una crescente gioia. Piccolo sgambettava allegro, come se avesse chiaramente percepito l’umore del suo padrone. Poi prese ad abbaiare colmo di impazienza, tirando un po’ il guinzaglio.
Era lì, sul marciapiedi. Più Alberto si avvicinava, più la sagoma legnosa del padre diventava riconoscibile.
Era lì, intento a fingere di dover svolgere qualche improrogabile compito da portinaio (per esempio controllare la solidità del marciapiedi a suon di pedate, fissare il portone, accogliere come si deve l’arrivo di corrieri o condomini).
Era lì ed era chiaro, ormai a un paio di metri di distanza, che l’unico motivo per cui sostava impaziente davanti all’ingresso fosse il tanto atteso arrivo del figlio.
Piccolo si infilò nel portone in un attimo, fiutando l’aria in cerca di Cagnaccio. Quando anche quest’ultimo iniziò ad abbaiare felice, fu evidente che i due si fossero incontrati nell’atrio del palazzo.
Alberto corse ad abbracciare il padre e scoprì che un mese sapeva pesare anche più di cinque anni.
Quando i due si separarono di qualche centimetro, il ragazzo notò le labbra strette del padre e i suoi occhi lucidi, colmi di emozione.
«Bello di papà», riuscì a dire Giorgio, dandogli due pacchette sulla guancia. Poi emise qualche altro verso incerto, ma era chiaro che stesse alludendo a qualcosa che si trovava alle sue spalle. Alberto allungò lo sguardo oltre la spalla sinistra del padre e notò un cartello di un arancione sgargiante affisso sul portone:
“VENDESI trilocale al primo piano…”
Il ragazzo restò un attimo a pensare, senza leggere il resto, ma soffermandosi su quelle prime parole. «Un attimo, una settimana, un mese a pensare», avrebbe commentato con sarcasmo Pietro. “Il Condominio di Natale”, come lo chiamava mamma, sapeva di casa. Alberto aveva cominciato a ripeterselo dal primo momento in cui, lo scorso 24 dicembre, aveva girato l’angolo e imboccato quella via, intravedendo da lontano il vecchio portone d’ingresso.
Poi tornò a guardare Giorgio, il cui sorriso si era riempito di speranza. «Non so», provò a dire il padre. «Cioè… magari ti interessava, ecco. Vi interessava, a te e a Pietro. Tutto qua», concluse allargando le braccia.
Il cuore di Alberto tornò a galoppare.
***
«Credo di avere qualcosa che possa aiutarti a sentirti un po’ meno sola», disse con aria complice Laura, guardando negli occhi la bimba che le sedeva accanto.
Lo sguardo di Lucia si illuminò di curiosità.
«Lo so, è difficile, e conosco una persona che oggi è triste almeno quanto te», sussurrò, con l’espressione di chi sta rivelando un segreto. «A quest’ora starà decidendo quali lucine lasciar brillare nel soggiorno. O, magari, starà salutando il piccolo Babbo Natale che guida il suo trenino attorno all’albero», aggiunse con un sorriso.
Lucia scoppiò a ridere, mettendosi una manina guantata sulla bocca. «È buffo immaginarlo… ma è proprio da Vittorio!», esclamò la bambina, divertita. Le lacrime che le avevano inumidito gli occhi fino a qualche minuto prima, mentre le confidava il motivo del suo pessimo umore, sembrava averle dimenticate come per magia. Laura non smetteva mai di sorprendersene: quella era una magia che apparteneva ai bambini… e a pochissimi adulti capaci di tenersela stretta.
«Vittorio mi ha detto che adori scrivere sul tuo diario segreto. Come vedi, anch’io scrivo», disse Laura, sollevando per un secondo l’agenda blu che teneva in grembo. Da un lato, spuntavano i margini di fogli volanti fittamente riempiti di parole e i bordi di qualche foglia secca. Una semplice biro restava bloccata sulla copertina da un elastico un po’ liso. «In verità, avevo smesso di farlo regolarmente, ma è da un po’ che ho capito che mi fa davvero bene. Ci si sente più leggeri, dopo aver scritto, non è vero?».
«Sì!», rispose convinta Lucia, annuendo con vigore. L’interesse della bambina era ora vivissimo.
«Abbiamo una bellissima cosa in comune, allora. Sono certa che ce ne siano altre! Per esempio: ti piace leggere? Casa mia è piena zeppa di libri», aggiunse Laura con entusiasmo.
La piccola parve riflettere. «Allora…», cominciò. «A scuola leggiamo, ci sono le letture. E poi… a volte la nonna mi legge i suoi libri. Un pezzettino alla volta, prima di andare a letto. Però è da un po’ che non lo facciamo». Strinse le labbra, assorta. «Sì, è da un po’ che non chiedo ai nonni di leggermi qualcosa», concluse, scrollando le spalle.
«Be’», sospirò Laura puntando lo sguardo sui rami della magnolia. «Forse hai bisogno di provarci da sola. È diverso, sai?». Tornò a guardarla. «Puoi goderti ogni singola parola e restarci per quanto tempo vuoi. Quando leggi un libro per conto tuo, non è solo la storia a essere importante. Diventa un momento che appartiene solo a te, assomiglia più a un viaggio che a un semplice passatempo. Secondo me hai l’età giusta per iniziare».
Lucia sorrise a quell’idea. Sembrava aver assorbito avidamente tutto ciò che aveva detto Laura e il pensiero di essere grande abbastanza per cominciare una nuova avventura tutta sua le aveva definitivamente cancellato ogni traccia di malinconia dal visino paffuto.
«Facciamo così. Torna dai nonni adesso, ti aspettano per decidere quale decorazione vuoi tenere. Se vuoi il mio parere, il piccolo condominio di ceramica che avevi in mente è una splendida idea: ti ricorderà ogni giorno i magici momenti che abbiamo vissuto tutti insieme… e al contempo sarà la promessa di quello che vivremo il prossimo anno», propose Laura con dolcezza. «Quando avrai finito, ti aspetto a casa mia per una cioccolata calda, se i nonni sono d’accordo. Ti do quella cosa che ti ho promesso – lo scoprirai, ora non ti rivelo nulla! – e poi… c’è una questione di cui vorrei che parlassimo. Voglio la tua opinione, per me è importante!».
Lucia era raggiante e non riusciva a stare ferma sulla panchina. Saltellava sul posto, letteralmente. Poi si bloccò all’improvviso. «Può venire anche Cannello?», chiese con garbo e una certa dose di timidezza.
«Cannello è ufficialmente invitato», stabilì Laura con fare teatrale.
«Evviva!», esclamò piena di gioia la bambina. Fece qualche passo in direzione della scala A, poi si girò e tornò indietro. «Pensavo… Abbiamo un’altra cosa bella in comune: tutt’e due vogliamo tanto bene a Vittorio». Sorrise, agitò la manina e corse verso l’atrio.
***
Era stata una giornata densa di emozioni, senza alcun dubbio. Certo, quelle emozioni, talvolta contrastanti, sembravano avergli fatto fare un giro sulle montagne russe, ma… Nel complesso, l’avrebbe comunque definita una giornata meravigliosa. Non che avesse avuto difficoltà a metter via tutte le decorazioni, sia chiaro. Non aveva battuto ciglio nel riporre il trenino di Babbo Natale, i plaid con le renne e i folletti, le lucine che impreziosivano ogni angolo della casa, l’albero, il cucù… Mentre mentiva spudoratamente a sé stesso, Vittorio sospirò e sorrise un po’ malinconico.
«Ah… il cucù. D’altra parte, se lo tenessi tutto l’anno, prima o poi mi prenderebbe un colpo», pensò, cercando di essere ragionevole. «Ogni “HO-HO-HO!” è un attentato alla mia salute!».
Di ritorno verso il suo appartamento, attraversò lentamente il cortile, indugiando con lo sguardo su ogni dettaglio: era ormai buio, ma la luce della luna accarezzava i contorni delle panchine, dei muri e delle finestre, della grande magnolia e dei cespugli sempreverdi che percorrevano il basso muro laterale che li separava dal condominio accanto. Fu tentato di sedersi su una panchina per ingannare il tempo e allungare la serata il più possibile: non aveva voglia di andare a dormire, né aveva intenzione di cenare. Faceva troppo freddo, però, e non aveva indosso neanche il suo cappotto più pesante. Così restò in piedi e passeggiò distrattamente per qualche minuto, ripensando agli eventi della giornata.
Era stata lunga, sì, ed era iniziata non proprio con il piede giusto. Il 2 febbraio era il giorno in cui il periodo natalizio sembrava dover finire per forza, il giorno in cui luci e voci e colori dovevano lasciare spazio al riposo, al silenzio, alla riflessione.
Fortunatamente, il pomeriggio era stato completamente diverso. Laura gli aveva scritto un messaggio, chiedendogli di andare da lei per una tazza di caffè e annunciandogli che poco dopo sarebbe arrivata anche la piccola Lucia, cui doveva consegnare un regalo.
Di fronte a quell’invito, Vittorio era corso giù per le scale alla velocità della luce, dopo essersi rapidamente assicurato di essere pulito, profumato e in ordine. Ovviamente, per “ordine” s’intende un concetto compatibile con gli standard di Vittorio: i capelli erano un po’ cresciuti ed era impossibile dar loro una forma ben precisa. Il ragazzo, guardatosi allo specchio prima di uscire, era comunque stato indulgente con sé stesso, giudicandosi adeguato all’occasione: indossava un paio di jeans scuri, una semplice felpa blu notte e una sciarpa a quadri azzurra e marrone. Gli occhialoni neri, come sempre, sostavano sul naso importante di Vittorio tutti storti.
In pochi minuti si era ritrovato a casa di Laura, il cuore che palpitava forte per l’emozione, più che per le scale. Non si era ancora abituato al fatto che tra lui e quella splendida ragazza fosse nato qualcosa di più profondo di un’amicizia. È vero, si disse, non era ancora chiaro di cosa si trattasse, perché non ne avevano mai parlato. Per quanto fossero vicini di casa, d’altro canto, il lavoro di Laura gli impediva di vedersi quanto avrebbe voluto. Questo rendeva piuttosto difficile, per Vittorio, gestire le insicurezze: doveva chiederle di uscire? Doveva farlo meno spesso, per evitare di prendersi un “no”? I “no”, per quanto comprensibili, bruciavano sempre un pochino. Doveva restare un po’ sulle sue, lasciare che fosse lei a prendere l’iniziativa? Lui non aveva una risposta per nessuna di queste domande. Faceva di tutto per barcamenarsi il più agilmente possibile tra la voglia di vederla, il rispetto per i suoi spazi, il desiderio di comprendere i propri sentimenti e quelli di Laura. Era tutto incredibilmente complesso, ma al contempo assolutamente naturale e inevitabile: non poteva fare a meno di pensare a lei e, quando finalmente stavano insieme, le insicurezze sembravano prendere il volo, come uno stormo di uccelli che all’improvviso si rende conto di essere in ritardo sulla tabella di marcia delle migrazioni stagionali.
Quando era arrivato, ad ogni buon conto, Laura l’aveva accolto con un sorriso caldo, gli aveva preso le mani e lo aveva trascinato in casa un passo lento alla volta, senza smettere di guardarlo negli occhi. Gli aveva sussurrato che Lucia sarebbe arrivata a momenti e, prima che lui potesse dire una parola, si era ritrovato a pochi millimetri da lei. L’invito era stato troppo esplicito e dolce per non essere accettato. Vittorio si prese il suo bel bacio, un bacio che Laura inaspettatamente aveva reso lungo e speciale come non mai. Ad occhi chiusi aveva potuto godersi ogni minima sensazione, dalla morbidezza della sua bocca, alle dita di lei che gli percorrevano la schiena con insolita fermezza. Il ragazzo, d’istinto, l’aveva stretta forte a sé: con una mano aveva premuto forte sulla sua schiena, con l’altra aveva raggiunto i capelli morbidi e poi la nuca, che aveva massaggiato dolcemente per qualche secondo.
A quel pensiero, Vittorio sentiva ancora le gambe molli, i fuochi d’artificio rumoreggiare in testa e il cuore riscaldarsi a furia di battere forte. Si ricompose, recuperando la mandibola che aveva iniziato a cedere, lasciandolo a bocca aperta: sperò sinceramente che nessuno fosse affacciato sul cortile, perché sarebbe stato imbarazzante essere visto. Riprese a passeggiare. Si avvicinò alla magnolia e passò una mano sulla superficie ruvida ma rassicurante del tronco. Sorrise.
Quando Laura si era staccata da lui, Vittorio era rimasto ad occhi chiusi ancora per qualche secondo, le braccia che la liberavano dalla stretta senza troppo entusiasmo. Era bello averla così vicina, sentirne il calore, dopo tanti giorni in cui era riuscito a stento a incrociarla nell’atrio. Ed era stato così facile parlare senza pensarci due volte. «Vorrei poterti vedere di più di così», aveva detto a bassa voce, di getto. Laura l’aveva guardato con un’espressione non semplice da decifrare.
Vittorio non aveva capito il perché, ma la ragazza sembrava essere rimasta turbata. Cos’aveva detto di male? Non aveva saputo darsi una risposta («tanto per cambiare», aveva pensato disperato), così aveva finito per pentirsi amaramente di aver proferito parola e rovinato uno splendido momento.
Non c’era stato, poi, il tempo di chiedere spiegazioni, né di ascoltare le parole che Laura pareva sul punto di pronunciare. Un timido toc-toc li aveva raggiunti e, dopo qualche minuto, Lucia aveva fatto ingresso in casa ed era saltata tra le braccia del ragazzo.
Si erano trovati in soggiorno, tutti con una tazza fumante in mano (cioccolata calda per Lucia, infuso speziato allo zenzero per lui, tisana alla melissa per lei), e i micini di Luna – cresciuti e paffuti – avevano iniziato a rincorrersi tra le gambe del tavolino, tra capitomboli e buffi saltelli. Cannello, acciambellato sul divano, sopportava con stoicismo ogni singolo agguato, beandosi della vista della gatta nera, che lo teneva d’occhio dalla sua cesta. L’atmosfera, complice la presenza della bambina, si era distesa nuovamente. Laura, inoltre, lanciava spesso delle occhiate a Vittorio e il ragazzo, seppur confuso dai segnali contrastanti, non aveva potuto fare a meno di notare che ogni sguardo arrivava dolce come una carezza.
Laura, seduta sul tappeto con le gambe incrociate, a un certo punto aveva guardato Lucia con un sorriso aperto e gentile, congiungendo le mani davanti a sé con aria determinata: «Ho invitato te e Vittorio per un motivo ben preciso», cominciò. Poi si rivolse anche a lui. «Ho bisogno di entrambi per una questione molto importante: è passato più di un mese dalla nascita di questi batuffoli, credo sia giunto il momento di scegliere i loro nomi».
Lucia aveva spalancato gli occhi. «Davvero? Possiamo farlo adesso?»
Vittorio, dal divano, aveva cercato di non lasciar trasparire troppo entusiasmo, ma aveva posato la tazza sul tavolino con una rapidità che, subito dopo, aveva giudicato decisamente eloquente. «Io… non vedevo l’ora, lo confesso. Ho giusto un paio di proposte in mente!», ammise, sfregando le mani sulle gambe con impazienza.
«È bello sapere che ci tenete così tanto», aveva dichiarato Laura con lentezza, indugiando con gli occhi su Vittorio mentre pronunciava quelle parole. Senza comprendere bene come e perché, il ragazzo aveva avuto la sensazione di essere riuscito a comunicare con Laura in silenzio. Non era la prima volta che accadeva… ma, di certo, non era successo spesso di recente. Si era sentito, in un attimo, come una bottiglia di spumante agitata con vigore, piena di bollicine impazienti di liberarsi in aria.
Nella mezzora successiva, tra consultazioni, risate e un gran numero di foglietti ed elenchi, i cinque micini erano stati battezzati: Neve, tutto bianco, simile a un topolino con il nasino e le zampe rosee; Noelle, col manto beige e coda e orecchie spruzzate di grigio; Ginger, il micino fulvo che si distingueva per l’appetito incontenibile – il perfetto erede di Cannello; Eve, la copia perfetta di Luna, una gattina nera come la notte della Vigilia di Natale; Mistle, gemello di Noelle, il più pigro e mammone di tutti.
Portato a termine l’importante compito, Laura aveva infine allungato a Lucia un piccolo pacchetto rivestito di carta da pacchi marrone, chiuso da un semplice spago e abbellito da un rametto di rosmarino. Vittorio aveva osservato la scena con una curiosità almeno pari a quella della bambina.
Lucia lo aveva scartato lentamente. Ne era uscito un libro ben consumato, con la copertina un po’ sbiadita e le pagine morbide al tatto. Era una copia de “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry.
«È il mio», le aveva detto Laura con affetto. «Mi ha accompagnata in tanti momenti, l’ho letto tante volte. Adesso è tuo. Ti farà compagnia quando ti mancherà un po’ il Natale. Parla di attese, di pazienza e di cose che, per essere capite davvero, vanno guardate con il cuore… proprio come fai tu. Promettimi che lo rileggerai anche da grande».
Lucia aveva annuito con tale serietà che Vittorio si era ritrovato a distogliere lo sguardo, fingendo di concentrarsi su uno dei gattini che gli stava scalando la gamba. Per quanto le parole di Laura, come al solito, lo avessero incantato, all’improvviso si era ritrovato a pensare che quello era un momento che apparteneva solo a lei e alla piccola. Per la prima volta, aveva notato che Laura e Lucia erano anime simili e si era concesso un sorriso mentre nessuno lo guardava.
Ora, mentre rientrava verso casa, il pensiero di quei momenti gli restava addosso come una coperta calda. Infilò le mani nelle tasche e si decise a raggiungere finalmente la scala B, risalendo piano verso il suo appartamento.
Non seppe dire se furono prima i passi ovattati o il sussurro della sua voce a raggiungerlo. Si voltò, tutt’a un tratto leggero, come se quella bottiglia di spumante fosse appena stata stappata a sorpresa.
Laura era lì, stretta in un cappotto scuro, una bottiglia di vino in mano e un’espressione un po’ colpevole sul volto. Sembrava sinceramente dispiaciuta per qualcosa e, per l’ennesima volta, Vittorio pensò di aver capito poco, di tutto quanto. Dispiaciuta per cosa?
«Lo so, Vi», mormorò, abbassando lo sguardo. Buttò fuori un sospiro che sembrava aver trattenuto per ore. «Lo so», ripeté, stavolta con tono determinato, guardandolo negli occhi. «Può essere difficile, io lavoro tantissimo e odio il mio lavoro. A volte sono così stanca che mi chiedo se quell’odio non finirà per avvolgere tutto, anche me stessa, anche le persone che amo». Fece una pausa. Vittorio scosse la testa piano, le si avvicinò, aprì bocca per confortarla ma lei lo fermò. «No, davvero, ho bisogno che mi ascolti. Non sono una persona che si arrende, se la vita mi rende infelice sono convinta di doverla cambiare e altrettanto convinta di esserne capace. Ma adesso le cose stanno così e io a volte non ho abbastanza energie neanche per prepararmi una cena decente, figuriamoci per dare un pezzo di tempo… un pezzo di cuore a qualcuno. Non significa che io non voglia. Non significa che non sia la cosa che voglio di più al mondo, in questo momento». Arrossì, distogliendo per un attimo lo sguardo. Prese un altro bel respiro. Vittorio restò ad ascoltare, ancora un po’ incredulo. «Io lo capisco, se a te non sta bene così, se hai bisogno di una presenza realmente degna di essere definita tale, nella tua quotidianità. Mi fa male sapere che non è abbastanza per te. Lo capisco, se non ti sta bene vedermi una volta ogni tanto. Quindi voglio solo che tu me lo dica, non te ne farò una colpa se… insomma, hai capito», concluse.
Vittorio sentì il proprio corpo, nella sua interezza, galleggiare soave, come sulla superficie calma dell’acqua. Se avesse potuto sorridere con ogni fibra di sé stesso, l’avrebbe fatto, perché non gli bastavano né la bocca né gli occhi per comunicare al resto del mondo – a Laura – quanto quelle parole lo avessero reso felice e sollevato.
«Adesso posso parlare?», domandò lui con ironia, tornando ad avvicinarsi a lei. Laura annuì, ancora un po’ irrigidita dall’impeto di tutto quel discorso che pareva avesse tenuto dentro per giorni. «Quando dico che voglio vederti di più, non intendo dire che non mi sta bene così. O meglio… è difficile da spiegare: è ovvio che vorrei vederti di continuo. No? Non lo è?». Entrambi si sciolsero in una risata. Vittorio ne approfittò per avvicinarsi ancora e le accarezzò il viso. «Se non è ovvio, te lo dico: vorrei vederti di continuo. La mia non era una lamentela. Se è per questo, vorrei anche che i nostri baci non finissero mai, ma lo accetto con serenità il fatto che non possiamo vivere con le labbra incollate, sai?».
Laura gli diede una spinta sul petto con la mano, divertita. «E tu lo sai che sei un cretino, no?».
«Certo!», rispose Vittorio, con tono comicamente serio. Poi continuò, alleggerito da quel momento di ilarità. «So quanto lavori e ho il massimo rispetto per i tuoi spazi e per le tue esigenze. È che, a volte, avrei bisogno di sentirmi dire, come hai fatto oggi, che ti fa piacere stare con me, anche se non puoi farlo così spesso. Non si tratta di “farmelo bastare”. Per me saperlo è tutto, semplicemente». Mentre la guardava, inaspettatamente, sentì alcune parole affollarglisi in mente, dapprima confuse, poi sempre più ordinate. Il contenuto di quei pensieri lo fece sentire nuovamente instabile sulle gambe. Le orecchie presero a ronzare come se fosse appena uscito da una discoteca dopo un’intera nottata di musica assordante. Riprese a galleggiare. Prese un bel respiro, per tornare a sentire il pavimento sotto i piedi. «Ci si sente così, presumo. Quando si è innamorati, intendo».
Il cuore di Vittorio sembrava sul punto di esplodere. Ingoiò la saliva rumorosamente, per scoprire di averne davvero poca a disposizione. Aveva richiesto tanto coraggio pronunciare quelle parole. Ma restare in attesa di una reazione da parte di Laura fu ancora più complicato. Trascorsero una manciata di secondi di piombo in cui il ragazzo non riuscì a formulare un pensiero di senso compiuto.
Laura gli si avvicinò, semplicemente, senza smettere di fissarlo. La sua espressione si colorò progressivamente di gioia. Vittorio non poté negare a sé stesso di aver riconosciuto quell’emozione, sul volto di Laura. Alle sue spalle, improvvisamente, il ragazzo percepì la solidità della porta di casa propria, così vicina.
«È così che mi sento io, quindi…», gli sussurrò all’orecchio lei. «Sì, presumo di sì».
Fu Laura a raggiungere la maniglia della porta, cercandola a tentoni, senza fretta. Intanto, rigorosamente ad occhi chiusi, Vittorio accoglieva un nuovo bacio. Fu lui, però, a trascinarla in casa non appena furono sulla soglia dell’ingresso.


Bellissimo ❤️ grazie per questo regalo
Meraviglioso 💛
Bellissimo ❤️ mi accompagna nel salutare gli addobbi e le lucine del Natale 🎅 😘😘
Mentre leggevo mi sembra di vivere ogni momento …….speroche ci sia un continuo perché e meraviglioso……..Amo Laura Lucia il nonno e Vittorio …….tutti grazie …….
Bellissimo!!!
Grazie Paola e Ludovica! 😍😘
Non mi aspettavo ad una coccola così grande. Grazie per questo capitolo, ci voleva proprio.
Prenderò spunto dalla saggezza di nonno Giuseppe.. io non riesco ancora lasciar andare il Natale..
Mi mancheranno tanto Lucia e Cannello.
Meraviglioso! Tornare nel condominio, con i suoi abitanti e le loro storie è una vera, grande emozione 🥰
Tutto è più lento ma le sensazioni che trasmette ognuno di loro sono sempre dolcissime. È il tempo di liberarsi dagli orpelli, dalle decorazioni scintillanti, dai pranzi e dai fiocchi colorati…ora è il tempo di riprendere in mano la propria vita per andare avanti e crescere. Crescere nei sentimenti, nelle nuove esperienze, nei cambiamenti. Febbraio ci accompagna in tutto questo, accogliamolo, come i nostri amici, con speranza e fiducia 🤍
Nn avrei saputo scriverlo meglio… sono in auto che aspetto mia figlia e leggo questo nuovo capitolo… con le lucine anche a casa da togliere … lo farò con il cuore ♥️ più sollevato … emozioni e dolcezza …
Bellissimo!!!
Grazieeee Paola e Ludovica! 🤗😘
E’ una grande emozione questo nuovo capitolo.
Prenderò spunto dalla saggezza di nonno Giuseppe, guarderò oltre la finestra, cercando la magnolia in fiore, lasciando andare anche questo Natale..
Mi mancheranno tanto Lucia e Cannello.
Bellissimo quest’ultimo capitolo a conclusione del periodo natalizio. Però tengo sempre in un angolo della mensola un piccolo presepe e una lanterna. Ogni volta che li guardo penso a quanti giorni mancano al prossimo Natale
Bellissimo questo capitolo! Grazieeee 🙏🏻✨🙏🏻✨ ritornare nel condominio, in questi giorni così frenetici, mi ha riempita di gioia. Grazie grazie 🙏🏻✨🙏🏻✨❤️
Che bello ritrovare il condominio di Natale ed i suoi abitanti😍grazie!!!
Io spero sempre in un seguito…questo potrebbe essere il primo capitolo del prossimo libro!!!
Bellissimo anche questo capitolo, bellissimo rientrare nel condominio di natale…
La nostalgia c’è ma come dice il nonno Giuseppe non può essere Natale sempre altrimenti non si apprezzano le belle cose natalizie, vengono poi date per scontato…
Grazie mille
Bellissimo grazie ancora… in attesa di altra Magia e di un Natale che arriverà 🎄♥️
Emozionante, nostalgico, bellissimo tornare in quel condominio. Grazie Paola e Ludovica
.. che emozione… un capitolo … un epilogo dolcissimo e pieno di inizi!
Meraviglioso!
E ora si.. e’ arrivato il momento di levare l’albero…..cosi comincia l’attesa per il prossimo Natale…
Bellissimo l’ho letto stamattina facendo colazione, che dolcezza, un abbraccio al cuore è stato. E così diciamo arrivederci al Natale e iniziamo il count down per Natale 2026 .
Che dire!? Grazie di cuore Paola per questo regalo….. È stato bellissimo rientrare nel Condominio 🥹
Davvero una coccola serale che ha prolungato il periodo natalizio.concordo appieno con il nonnino il quale sostiene che ogni stagione deve fare il suo corso.non si può avere l’albero tutto l’anno se così fosse a lungo andare ci si stuferebbe di vederlo.E’ giusto nascondere tutto per poi ricreare al momento giusto una nuova magia….è per quello che il periodo di Natale è considerato magico.ogni anno una magia nuova anche se lo spirito alberga in noi 365gg.
Ciao, ragazze scrittrici. Che inaspettata sorpresa questo capitolo. Io sono nata proprio il 2 febbraio, tanti anni fa. È stato bello ritrovare la gentilezza del “condominio”. Un momento di dolce e al tempo stesso curiosa pausa in questi giorni ormai lontani dal Natale. Grazie. Sono la mamma di Giulia quella che conoscete….
Finalmente sono riuscita a leggere quest’ultimo capitolo.
Grazie per avercelo regalato 😘
Grazie per gli aggiornamenti del Condominio e chissà cosa accadrà per Carnevale!?!
Grazie per gli aggiornamenti del Condominio e chissà cosa accadrà per Carnevale!?!
Mentre lo si legge sembra provare le loro stesse emozioni! Grazie per questo capitolo extra! Voglio sperare che per il prossimo Natale ci delizierai con un seguito :*
Grazie mille per questo tuffo nel nostro condominio del cuore ❤️