
Milano, 21 giugno – dal diario di Laura
Non ricordo nemmeno quanto tempo è passato dall’ultima volta in cui ho pensato di potermi concedere una vacanza, dall’ultima volta in cui mi sono messa davanti al pc a cercare un b&b, anche solo per fantasticare.
Sì, d’accordo, iniziare con questa piega melodrammatica non è il massimo per un diario estivo. Già, hai capito bene: ho deciso di impegnarmi a scrivere con una certa costanza per tutta l’estate – più o meno, non esageriamo – e quindi dovrai sopportarmi un po’ più spesso del solito.
L’intento è quello di ascoltarmi di più in un periodo molto particolare della mia vita. Quante cose stanno cambiando…! Anzi, quante cose STO cambiando. Sì, ho intenzione di prendermi meriti e responsabilità delle mie decisioni. Qualunque cosa succeda.
Stiamo partendo con una confusione totale, ma credo sia normale per la prima pagina di un diario nuovo. E il termine “confusione” è di certo il più adatto per spiegare ciò che ho in testa negli ultimi mesi. Confusione, mista a qualcosa che definirei euforia, nonché a una buona dose di AGGHIACCIANTE TERRORE di fare una ENORME CAVOLATA.
Ma, ehi, i cambiamenti sono tali anche perché le conseguenze non sono mai prevedibili. (Che te ne pare? Sono riuscita almeno per un paio di secondi a fingere che tutto questo non mi metta addosso un’ansia infinita? No?).
Andiamo con ordine. Anzi, proviamoci.
Per prima cosa, credo di aver bisogno di una vacanza.
Non una di quelle vacanze immaginarie che fai con la mente, osservando fotografie scattate da altri e pensando “che bello”, per poi chiudere tutto e tornare a lavorare il giorno dopo come se nulla fosse. Intendo una vacanza reale. Con una valigia. Dei vestiti stropicciati. Una crema solare che finirò per dimenticare da qualche parte sin dal primo giorno. Magari anche un costume nuovo, chiedo troppo?
Sempre che la meta sia il mare.
Continuo a cambiare idea, anche questo è un problema.
Da circa un’ora salto da una pagina all’altra come una cavalletta che ha alzato un po’ il gomito. Ho aperto qualcosa come diciassette schede diverse e ormai il mio computer sembra sul punto di chiedermi pietà. In questo momento, per esempio, ho davanti agli occhi una casetta bianca in Grecia affacciata sul mare. Cinque minuti fa stavo guardando una baita sperduta in Scozia. Prima ancora una pensioncina in Irlanda che pare uscita da uno di quei film in cui piove per ore e tutti hanno una tazza di tè in mano mentre conversano amabilmente. Dici che quello che sto immaginando non è un viaggio, ma un film in costume? È altamente probabile. Tutta colpa dei cofanetti a tema Jane Austen che mi fissano dalla libreria.
Naturalmente non posso permettermi nulla di tutto ciò.
O meglio, tecnicamente non posso permettermi la casetta in Grecia, che costa all’incirca quanto un rene in ottime condizioni. La baita scozzese potrebbe anche andare, ma quello che mi preoccupa è come raggiungerla. Pare siano necessarie tre coincidenze, due escursioni sul dorso di creature mitologiche e un sacrificio rituale. Quanto all’Irlanda, non sono sicura di aver capito bene se c’è ancora qualcosa di disponibile. Ma la cosa non mi sorprende, non viaggio dall’ultima gita del liceo e non ho idea di come si organizzi una vacanza.
Eppure continuo a guardarle e un sorriso piuttosto stupido sta facendo di tutto per invadermi la faccia.
Credo che il punto non sia la destinazione. Non ancora.
Mi piace l’idea di poter scegliere.
Mi piace l’idea di avere davanti qualcosa che non sia un turno di lavoro, una bolletta da pagare o una commissione da sbrigare. Mi piace l’idea di chiedermi dove vorrei andare, invece di dove devo andare.
Detta così sembra una cosa normalissima e magari per tanti lo è. Per me no!
Forse è per questo che continuo ad ammirare fotografie che ritraggono spiagge, cottage, montagne e paesini sperduti.
Sto cercando di capire come ci si sente quando si smette di rinunciare a qualcosa prima ancora di desiderarla.
Comunque, per il momento non c’è niente di deciso. Nessuna prenotazione, nessuna valigia, nessun itinerario.
C’è solo quel sorriso disarmante di Vittorio quando mi ha detto che mi sarebbe stato accanto ovunque avessi deciso di andare. Davanti a quel faccino mi sciolgo sempre. Ma cerco di non darlo troppo a vedere. A che serve, poi, ormai?
Per il resto, vedremo. Adesso va bene così, anche se so perfettamente di dovermi dare una mossa.
So anche che dovrò chiedere a Giulia di prestarmi il suo trolley, il mio ha assistito alla caduta dell’Impero Romano, probabilmente. Anzi, a dire il vero non credo avessero ancora inventato la ruota, perché si dà il caso che non ne abbia. Ma che trolley è?
Magari, caro il mio paziente diario, tra qualche settimana ti starò scrivendo da una spiaggia assolata. Oppure da un appartamento con il ventilatore acceso che ronza in sottofondo e le persiane chiuse per tenere fuori il caldo torrido delle ore peggiori, mentre mi accarezza il respiro rallentato di Vitto che sonnecchia accanto a me. Oppure, chissà, sarò ancora qui, a Milano, a chiedermi come abbia fatto a prendere seriamente in considerazione una casa sul mare nonostante le occhiatacce provenienti dal mio conto corrente. Un conto corrente non ha gli occhi, d’accordo, lo so benissimo. Ma io il suo sguardo me lo sento appiccicato addosso come quella maglietta carinissima (!) ma sintetica che decidi di indossare con quaranta gradi.
In ogni caso, qualcosa mi dice che questa estate sarà diversa dalle altre.
E no, non ho ancora capito se questa sia una buona notizia oppure no.
Per ora ti saluto. Non che non abbia mille altre cose da dirti, ma i gattini hanno fame e non mi stupirebbe se da un momento all’altro gli spuntassero dei piccoli e soffici pollici opponibili e iniziassero a servirsi da soli. Ginger mi sta dilaniando i timpani con i suoi miagolii teatrali.
Arrivoooo!
***
Lucia era sdraiata a pancia in giù sul letto, con il mento appoggiato sulle braccia e il diario aperto davanti a sé. La pagina era ancora bianca. Nell’ultima mezz’ora aveva iniziato almeno tre volte a scrivere, ma era sempre finita per cancellare tutto. Restava solo la data in cima al foglio a fissarla, come in una silenziosa attesa: 3 luglio 2025.
Si rigirò sulle sottili lenzuola color malva, ormai tutte stropicciate, tirò su le gambe e cominciò a giocherellare distrattamente con i piedi in aria.
Faceva un caldo assurdo, dalla finestra socchiusa non entrava un alito di vento che donasse un minimo di sollievo. Era come se lo spazio fosse stato svuotato di tutta l’aria e non restasse altro da fare che boccheggiare in silenzio. Cannello dormiva sul pavimento, evidentemente in cerca di refrigerio. Ogni tanto un orecchio si muoveva repentino, in un gesto di stizza provocato da chissà quale avventura onirica. Da qualche appartamento arrivavano i suoni di una televisione accesa con il volume un po’ troppo alto (poteva essere quello della signora Pina, che era un po’ dura d’orecchi), mentre dal cortile giungevano alcune voci indistinte e il richiamo dei rondoni. Il rumore del traffico era un sottofondo costante, che contribuiva a rendere più opprimente quel pomeriggio immoto.
A parte questo, la casa era silenziosa, per così dire.
O almeno, lo era fino a qualche minuto prima. All’improvviso, infatti, Lucia iniziò a sentire i nonni che parlavano.
All’inizio non ci aveva fatto troppo caso. Poi aveva riconosciuto anche la voce di Vittorio e, a quel punto, aveva smesso di fingere di essere concentrata sul diario.
«Tanto ormai non so più cosa scrivere» si disse con un po’ di malinconia. Raccontare qualcosa, ultimamente, stava diventando sempre più difficile. Ma non riusciva a rassegnarsi.
Era indecisa se andare nel soggiorno o meno. Non che non volesse vedere Vittorio: era il suo più grande amico e amava passare del tempo con lui. È che non aveva molta voglia di compagnia, in quel momento. D’altra parte, da giorni non si parlava d’altro che della vacanza e quello era un argomento che la faceva sbuffare. Si morse le labbra, sentendosi un po’ in colpa per questo. Sembravano tutti così felici… lei avrebbe dovuto esserlo per loro.
Alberto aveva trovato un appartamento in Puglia. Pietro sembrava entusiasta all’idea di rivedere il mare e di condividere quel viaggio insieme ai due nuovi amici. Vittorio, inutile dirlo, era felice come un bambino e Laura, pur facendo di tutto per apparire tranquilla, aveva quell’espressione particolare che le compariva ogni volta che qualcosa la emozionava davvero. Cercava di nasconderlo, ma Lucia ormai la conosceva abbastanza bene da accorgersene.
Tra qualche settimana sarebbero partiti, insomma. Ecco tutto.
Quello che Lucia sentiva non era esattamente tristezza, né tantomeno rabbia. Era più simile a quel vuoto che resta in una stanza quando qualcuno si alza e se ne va dopo una bellissima serata trascorsa insieme, anche se sai perfettamente che prima o poi tornerà.
Negli ultimi mesi, poi, le cose erano cambiate così velocemente che a volte le sembrava di non riuscire a stare al passo e questo metteva spesso alla prova il suo umore.
Era arrivata la primavera e, con essa, era tornata sua madre. All’improvviso.
Anche soltanto pensare a quella parola, “mamma”, continuava a sembrarle strano. Provò a scriverla al centro della pagina, ma non ci riuscì. La penna si fermò a mezz’aria. Si disse che sarebbe stato stupido farlo.
Forse era per quello che da tempo non riusciva più a scrivere. Al diario aveva sempre raccontato tutto, ma nulla che riguardasse sua madre era mai comparso tra le pagine del diario, fino a quel momento stracolme di racconti e disegni. Non da quando era spuntata fuori dal nulla e all’improvviso.
Per anni Giada era stata poco più di una fotografia, una presenza sfocata ai margini dei racconti dei nonni, una domanda che nessuno riusciva ad affrontare senza diventare improvvisamente silenzioso. Una domanda che, alla fine, lei aveva smesso di porre. Anche perché non aveva mai avuto la sensazione che le mancasse qualcosa, per davvero.
Adesso, invece, sua madre aveva una voce, un volto, un profumo. Era una persona vera.
Quella scoperta non aveva risolto nulla, anzi, sembrava soltanto aver reso tutto più complicato. Non l’era chiaro se non avesse nulla da dire… o se i pensieri fossero così tanti da non riuscire a metterli in ordine, a comporre una frase dopo l’altra, per affidarle tutte insieme al suo fidato compagno di carta, che l’aveva sempre ascoltata.
Dal soggiorno arrivò una risata e Lucia sollevò appena la testa, sfuggendo a quelle faticose riflessioni. Era Laura, ne era sicura. A quel punto decise di raggiungerli, ma, quando fu in corridoio, una frase pronunciata da Vittorio nel silenzio la bloccò.
«Pensavamo di chiedervi una cosa», aveva detto, certamente rivolgendosi ai nonni.
Seguì qualche secondo di silenzio.
«Sentiamo», disse la nonna Maria.
La curiosità ebbe la meglio su qualsiasi buon proposito. Lucia restò dietro la porta, senza essere vista. Non era sua intenzione origliare, naturalmente. O almeno non lo era stata fino a trenta secondi prima. Si giustificò dicendo a sé stessa che, semplicemente, non le sembrava giusto interrompere la conversazione con il suo ingresso nella stanza. Tutto qui.
Appoggiò l’orecchio al legno. Cannello la raggiunse e si spiaccicò sul pavimento come l’impasto di una crêpe appena versato sulla piastra.
«Naturalmente capiremmo se non foste d’accordo» stava dicendo Laura.
«Laura, arriviamo al punto» intervenne Vittorio ridendo. «Non è mica una brutta notizia!»
Lucia, contagiata dall’ilarità del ragazzo, sorrise suo malgrado. Poi sentì la frase successiva.
«Vorremmo portare Lucia con noi». Era stata Laura a pronunciarla.
Il lieve sorriso di Lucia sparì.
Per un istante pensò di aver capito male.
Al di là della porta nessuno parlava. D’altra parte il cuore le batteva così forte nel petto che in ogni caso non sarebbe riuscita a sentire altro che quel galoppare. Stava succedendo davvero o il caldo le aveva dato alla testa?
«In Puglia» confermò Vittorio. «Se lei vuole, naturalmente. E se voi non avete nulla in contrario, certo. Noi saremmo felicissimi».
Lucia spalancò gli occhi. La volevano davvero portare con loro in vacanza? Non poteva fare a meno di continuare a ripetersi la stessa domanda in mille modi diversi.
Per qualche secondo si dimenticò perfino di respirare.
In quel preciso momento Cannello si mise in piedi con la grazia di un sacco di patate lanciato da una finestra. Era evidente che volesse attirare la sua attenzione, perché generalmente sapeva essere molto più discreto di così. Il gatto la fissò, poi fissò la porta che dava nel soggiorno e infine tornò a guardare lei.
Lucia ricambiò lo sguardo. «Secondo te non dovrei andare?»
Cannello socchiuse gli occhi e agitò la coda una sola volta, come a dire che non era proprio il caso di prenderlo in giro e fargli credere che avesse davvero voce in capitolo.
Lucia annuì gravemente. «Non fingere che stare con la nonna ti dispiaccia. Lo sai che quando non ci sono ti vizia da morire».
Il gattone rosso sbadigliò, sottolineando quanto fosse indifferente a quelle accuse oltremodo infamanti.
***
Milano, 4 luglio 2025 – dal diario di Laura
Ci sono persone che organizzano una vacanza in venti minuti.
Scelgono una destinazione, prenotano un appartamento, infilano qualche vestito in valigia e partono. “Ma sì, dai! Io ho bisogno solo di entusiasmo e tanto spirito d’avventura… e quelli li porto sempre con me, senza bisogno di bagagli!”
Ecco, io non sono una di quelle persone. Ciò che IO porto sempre con me sono indecisione, disorganizzazione e tanto scetticismo.
Sono ormai al quarto giorno di ricerche e ho sviluppato opinioni molto precise su argomenti che fino a una settimana fa ignoravo completamente. Al contempo, non so quanto tutto questo mi possa tornare utile.
Per esempio, ho scoperto che una distanza di trecento metri dal mare può essere considerata “vicinissima” oppure “lontanissima”, a seconda di chi scrive l’annuncio. E anche a seconda che tu sia me, Vittorio, Alberto o Pietro. Pietro ritiene che camminare per mezzora sotto il sole ogni volta che si deve raggiungere la spiaggia sia una “cosina da niente”. Così, per dirne una.
Ho anche scoperto che gli appartamenti fotografati con il grandangolo ti traggono in inganno. Crudelmente ed esageratamente. In sostanza credo di aver proposto un appartamento di 20 metri quadri come se avessi appena trovato la Reggia di Versailles in affitto a 100 euro a notte.
Per fortuna c’è Alberto. Alla fine sta facendo tutto lui e io sono felicissima di avergli mollato le redini, dico davvero. E poi lui la Puglia la conosce bene, stiamo andando nei posti in cui è nato e ha vissuto i suoi primi anni di vita. Questo rende tutto più emozionante… e mi fa stare più serena. Qualcosa mi dice che non sarà uno di quei viaggi in cui, finché capisci come muoverti, è ora di tornare a casa. Era il mio incubo, finché non abbiamo deciso di partire tutti e quattro insieme. Ora ho meno responsabilità. E ne sono incredibilmente SOLLEVATA.
Ieri sera, in ogni caso, è successa una cosa davvero bella. Già, perché ho detto “tutti e quattro”, ma in realtà saremo in cinque. Vittorio ci teneva tantissimo.
Abbiamo chiesto a Maria e Giuseppe se Lucia potesse partire con noi.
E sì, lo so, avremmo dovuto chiederglielo prima di passare tre giorni a discutere su appartamenti, spiagge e percorsi in macchina. Ma in mia difesa posso dire che Vittorio era già convinto che la risposta sarebbe stata sì.
Vittorio è convinto di molte cose. Spesso ha ragione, il che è estremamente fastidioso.
In ogni caso, Lucia verrà con noi.
Quando i suoi nonni hanno detto di sì, non senza rifletterci un po’, lei è letteralmente saltata fuori dal nulla. Pensavamo che la conversazione fosse privata, ma evidentemente siamo stati poco discreti…
Ha cercato di mantenere un contegno dignitoso per circa trenta secondi, come se fosse capitata lì per caso e non avesse sentito niente di ciò che era appena stato detto. Poi ha iniziato a saltellare e ha abbracciato me e Vittorio con gioia. Con gli occhi che brillavano ci ha ringraziati un milione di volte. Era così entusiasta e carica che credo sarebbe stata in grado di raggiungere la Puglia correndo, senza bisogno della macchina.
O del treno. O dell’aereo. Non so come ci andremo, ripongo tutta la mia fiducia in Alberto, ragazzo a cui dovremmo dedicare una statua.
P.S. Cannello non sembra approvare. Sospetto che consideri l’intera faccenda un affronto personale, perché è salito sul divano e ha procurato un bel graffio sul braccio a Vittorio, scomparendo poi tutt’a un tratto come nulla fosse.
Del resto, qualcuno dovrà pur restare a sorvegliare il condominio durante la nostra assenza.
***
Quella sera il caldo sembrava essersi finalmente arreso.
Non del tutto, sia chiaro. Aleggiava ancora sopra il cortile come una velata minaccia, ma almeno il sole era tramontato e l’aria aveva smesso di assomigliare a quella dell’interno di un forno.
Laura era seduta sul muretto della terrazza condominiale con le gambe raccolte e una bottiglietta d’acqua frizzante tra le mani. Un sorso ogni tanto le dava una fresca sensazione di sollievo. Davanti a lei, Milano si mostrava in una distesa di tetti, antenne e finestre illuminate. Da qualche parte, in lontananza, una sirena attraversò la sera per poi spegnersi gradualmente.
Accanto a lei, Vittorio stava armeggiando con la macchina fotografica, mentre Noelle aspettava con garbo di potersi acciambellare accanto a quell’umano sempre irrequieto. Il ragazzo le fece spazio e la gattina siamese, con l’eleganza di una nuvola notturna, si sistemò sul suo grembo, incurante del caldo. Quando stavano vicini, quei due parevano due pezzi dello stesso puzzle, perfettamente incastrati, pensò Laura con tenerezza. Restava comunque un mistero come facesse Vittorio a sopportare di stare a stretto contatto con la lunga e folta pelliccia di Noelle così a lungo… e con quel caldo.
Il ragazzo non stava fotografando nulla. O meglio, stava fotografando praticamente qualunque cosa.
Un comignolo, un vaso di gerani, una nuvola, una grondaia.
Laura era ormai convinta che, se gli avessero lasciato abbastanza tempo, sarebbe riuscito a realizzare una mostra fotografica dedicata esclusivamente alle cassette della posta.
«Questa è venuta bene» commentò lui.
«Hai fotografato un tubo», lo apostrofò Laura. Adorava le sue foto, ma adorava anche prenderlo in giro.
«Un bellissimo tubo. Guarda il contrasto dei colori». Vittorio non si offendeva mai.
Laura scosse la testa ed entrambi sorrisero nella penombra confortante della sera.
Rimasero in silenzio per qualche istante.
Dal cortile salì il rumore di una finestra che veniva chiusa. Un lieve sciabordio indicava che qualcuno stava annaffiando le piante sul balcone.
Vittorio abbassò la macchina fotografica e si voltò verso di lei. Poi fece per inquadrarla, ma non scattò alcuna foto. «Sei strana».
«Te ne sei accorto solo osservandomi attraverso l’obiettivo?». Laura cercò di sorridere di nuovo e, al tempo stesso, di deviare quel commento pungente.
«No, dico davvero», insistette Vittorio.
Laura bevve un sorso d’acqua, poi scrollò le spalle. «Sono sempre così».
«No». La risposta di Vittorio fu piuttosto rapida e quel tono non ammetteva repliche. D’altronde era davvero impossibile dargli torto.
Dopo averlo osservato per un po’ in silenzio, Laura si avvicinò per posargli un rapido bacio sulla guancia. Poi abbassò lo sguardo verso il tappo della bottiglia e prese a giocarci.
«Sono un po’ preoccupata», ammise infine, in un soffio.
«Lo so» mormorò Vittorio, senza alzare lo sguardo. Noelle, presa da un sonno leggero, ogni tanto apriva leggermente gli occhi per dare un’occhiata tutt’intorno.
«E se stessi facendo una stupidaggine?» chiese Laura.
Vittorio ci pensò qualche secondo, poi annuì. «Probabile».
Laura si voltò di scatto, stupita. «Ehi! Grazie tante».
«Prego». A quel punto la guardò. Risero insieme. Anche lui le diede un bacio, avvicinandosi al suo ginocchio.
«Sei veramente pessimo in queste cose».
«Nel darti baci sulle ginocchia? Dai, ho capito… Sinceramente, sto solo cercando di essere onesto».
«Molto gentile da parte tua».
Vittorio sorrise di nuovo. Poi si fece un po’ più serio e le prese una mano, lasciando che la macchina fotografica gli pendesse dal collo. Noelle miagolò, facendo presente che tutto ciò la disturbava non poco.
«Laura».
Lei non rispose.
«Forse sarà una stupidaggine, forse no. Io questo non posso saperlo e ti amo troppo per prenderti in giro».
Laura sbuffò. Allo stesso tempo, alcune di quelle parole le solleticarono lo stomaco piacevolmente.
«Però posso dirti quello che so per certo. Sei infelice», continuò lui.
Il sorriso scivolò lentamente via dalle labbra di Laura. Di colpo non trovò più nulla da ribattere. Neanche una di quelle risposte secche e stupide con cui aveva finora provato a nascondersi.
Vittorio si strinse nelle spalle. «E so anche altre cose. Sei in gamba. Hai tanto da dare. Io ci sono, per quel che vale. Non so a cosa possa servirti un idiota che scatta foto ai tubi, soprattutto se la più grande preoccupazione è quella di non riuscire a guadagnarsi da vivere… però…». Laura riuscì a ridere di nuovo. Vittorio non terminò la frase, ma le strinse di più la mano. «So anche che meriti un’altra possibilità. Tu pensi di meritarla?»
Laura sentì inumidirsi gli occhi e si voltò dall’altra parte, cercando invano di nascondere una lacrima che le solcava il viso. Annuì, senza sapere se Vittorio la stesse guardando. Non importava: stava annuendo per sé stessa e lui la stava aiutando a farlo.
Le luci della città tremolavano in lontananza. O forse era lei ad essere percorsa da un tremito quasi impercettibile, lasciando che il mondo circostante si trasformasse in un indistinto e morbido baluginio.
Per qualche secondo nessuno parlò.
«Sai qual è la cosa peggiore?» domandò infine Laura.
«Dimmelo tu».
«Che adesso sono felice».
Vittorio scoppiò a ridere.
«E sarebbe un problema?»
«Sì».
«Perché?»
Laura appoggiò il mento sulle ginocchia.
«Perché adesso ho qualcosa da perdere».
Vittorio la osservò per un lungo istante. Poi si sporse appena verso di lei e le sfiorò una spalla con la propria.
«Direi che è un ottimo motivo per lottare, no?»
Laura ricacciò indietro le lacrime con un sorriso. «Direi che intanto è un ottimo motivo per andare in vacanza. Tu sei pronto?»
Sotto di loro, nel Condominio quella serata estiva continuava a scorrere placidamente, mentre il profumo di una cena tardiva risaliva fin lassù.
Laura si strinse a Vittorio, accarezzando Noelle sul dorso. Ormai la gattina dormiva profondamente.
Per la prima volta dopo molto tempo, il futuro faceva di nuovo paura. Ma in modo del tutto diverso dal solito.
***
Milano, 8 luglio 2025 – dal diario di Laura
Ci ho pensato un po’ prima di scrivere questa pagina.
Non perché non sapessi cosa dire. Semmai il contrario.
Le decisioni, finché restano nella tua testa, sembrano ancora modificabili, come se esistesse sempre la possibilità di tornare indietro, di cambiare idea all’ultimo momento o di convincerti che in fondo non era poi così importante affrontarle.
Ma, in fondo, sono convinta che non sia così. Una volta presa, una decisione importante non puoi che metterla in pratica.
E quindi eccoci qui. Oggi ho dato forma a una decisione che avevo già preso da tanto tempo e che è traboccata dal mio cuore, senza che potessi più arginarla in alcun modo.
Mi sono licenziata.
Fa ancora uno strano effetto scriverlo.
Mi sono licenziata.
Niente, continua a sembrare assurdo.
La cosa divertente è che, se qualcuno mi avesse detto dieci anni fa che un giorno avrei lasciato il lavoro senza avere davanti un piano perfettamente definito, probabilmente gli avrei riso in faccia. O magari mi sarei limitata a pensare che fosse un pazzo. Io, infatti, sono sempre stata una persona prudente. Ansiosa, direbbe qualcuno. Realista, preferisco pensare io.
Eppure eccomi qui.
Non so se si tratti dell’età. Forse a trentacinque anni cambiano le esigenze e le aspettative di una persona. Oppure, più semplicemente, arriva un momento in cui smetti di raccontarti certe bugie e inizi a guardare le cose per quello che sono.
Quale che sia il motivo, io ho lavorato in diversi locali praticamente per tutta la vita. Ho iniziato da ragazzina, quando non avevo molte alternative e soprattutto dovevo arrangiarmi. Non avevo la possibilità di studiare, quello non potevo permettermi neanche di sognarlo.
All’epoca mi convinsi che la cosa non mi pesasse nemmeno. Anzi, ero persino orgogliosa della mia indipendenza. Mi davo da fare, imparavo, cercavo di fare bene il mio lavoro e pensavo che fosse tutto quello di cui avevo bisogno.
Pensavo che l’impegno avrebbe avuto un significato.
Pensavo che assumersi sempre più responsabilità avrebbe portato maggiore sicurezza.
Pensavo che il merito esistesse davvero.
Col tempo, però, ho iniziato a dubitarne, finché ho smesso di crederci del tutto. Non si tratta di fiducia: è che la vita mi ha dimostrato che non funziona così, punto.
Non è successo all’improvviso, ovvio. Nessuno si sveglia una mattina e decide che vent’anni di convinzioni erano sbagliati. È uno stillicidio. Una delusione dopo l’altra. Turni massacranti che si susseguono. Rinunce che diventano abitudini. Cene saltate, pomeriggi liberi rimandati, passioni accantonate perché non c’è tempo, non ci sono energie, non ci sono soldi, non c’è mai nulla.
A un certo punto mi sono resa conto che non stavo più costruendo qualcosa. Stavo semplicemente sopravvivendo, in attesa di una rivoluzione che piovesse dal cielo.
Ed è una differenza enorme.
Perché la stanchezza passa. Una giornata difficile passa. Persino una settimana terribile, prima o poi, finisce. Quello che ti logora davvero è la sensazione che il tempo stia scorrendo senza portarti da nessuna parte, che le giornate si assomiglino tutte e che la tua vita si stia consumando in una lunga serie di cose da fare, senza lasciarti spazio per capire chi sei o cosa desideri davvero.
La parte peggiore, però, non è stata nemmeno questa.
La parte peggiore è stata rendermi conto che avevo iniziato a considerare normali certe rinunce.
Dormire poco.
Mangiare male.
Non vedere le persone a cui voglio bene.
Rimandare continuamente tutto ciò che mi faceva stare bene.
Finanche l’amore.
Ecco, quando arrivi al punto di pensare che amare qualcuno sia un lusso che non puoi permetterti perché sei troppo stanca, troppo impegnata o troppo preoccupata per arrivare alla fine del mese, forse è il caso di fermarsi un attimo e farsi qualche domanda. Chi può accendere quella rivoluzione, se non io?
Per fortuna non ero sola quando ho iniziato a immaginare un’alternativa.
Qualche mese fa, durante la mostra fotografica organizzata con Vittorio, sono entrate nella mia vita due autentiche calamità naturali sotto forma di esseri umani: Mei e Pamela.
Potrei impiegare dieci pagine per descriverle entrambe e probabilmente non sarebbero sufficienti.
Dirò soltanto che Mei possiede la rara capacità di guardarti negli occhi e demolire in trenta secondi tutte le scuse che ti sei costruita negli ultimi dieci anni, mentre Pamela riesce a rendere possibile qualsiasi cosa semplicemente perché conosce più persone di quante ne contenga probabilmente l’intera città di Milano.
In ogni caso, quella sera Mei mi ha messa davanti a una domanda molto semplice.
Perché non provi a cambiare?
Scritta così sembra una banalità, ma le assicuro, Dottor Diario, che per me non lo è. (Sì, lei merita il titolo e ogni più opportuna formula di cortesia. D’ora in poi la chiamerò così).
Ad ogni modo, per me non è una banalità, perché cambiare significa assumersi la responsabilità di ciò che verrà dopo. Significa smettere di dare la colpa alle circostanze, alla sfortuna, al destino, agli altri. Significa accettare che, a un certo punto, la scelta spetta a me.
Ricordo ancora il momento in cui ho detto sì.
La sensazione è difficile da spiegare, ma ci proverò lo stesso.
L’ho sentita come l’aria che entra nei polmoni quando, dopo un attacco di panico, riesci a calmarti con dei lunghi respiri. Come una mano fresca sulla fronte quando hai la febbre. Come la coperta di patchwork in cui mi avvolgo durante l’inverno quando rientro a casa infreddolita.
Sì, lo so.
Paragonare una decisione presa a giugno a una coperta natalizia è probabilmente il motivo per cui alcune persone pensano sia stramba (e in fondo hanno ragione!).
Ma è davvero così che mi sono sentita. Come se fosse il giorno di Natale e, tornata bambina, avessi trovato sotto l’albero il regalo che attendevo più di tutti.
Eppure, col senno di poi, credo che la parte più importante non sia stata quel “sì”.
La parte più importante sono stati tutti i “no” arrivati dopo.
No ai turni impossibili.
No alle telefonate fuori orario.
No all’idea che la mia vita dovesse essere soltanto questo.
No alla convinzione che desiderare qualcosa di diverso fosse una forma di egoismo.
Tutti i “no” che fino a quel momento avevo riservato a me stessa e alle persone che amavo, finalmente hanno cambiato destinatario. Li ho rivolti al mio datore di lavoro e alle sue pretese inumane, ai sensi di colpa ingiustificati e alla paura che il mio conto finisca per avere una mera funzione ornamentale.
Non so ancora se ho fatto la scelta giusta. Forse lo scoprirò tra sei mesi. Forse tra un anno. Forse non lo scoprirò mai.
So soltanto che ieri sera ero seduta sul tetto del condominio, accanto a Vittorio, il ragazzo di cui sono innamorata, e guardavo le luci di Milano. Mi sono resa conto che avevo iniziato da tempo ad aver paura per un motivo diverso dal solito.
Per anni ho avuto paura di cambiare.
Poi, all’improvviso, ho iniziato ad aver paura di perdere qualcosa di importante a causa della mia incapacità di cambiare.
Questa mattina ho dimostrato di esserne capace, eccome.
La mia piccola rivoluzione inizia ora.

Meraviglioso, come tutti gli altri capitoli…e ce ne vorrebbe sempre un altro e poi un altro…
Semplicemente stupendo … stasera era proprio quello di cui avevo bisogno 🥰
Katy
ne farai uno anche per dirci come sono andate le vacanze poi…è sempre bello leggerti *.*
Semplicemente veritiero!il cambiamento spaventa tutti ma è il motore che ti fa andare avanti.Non so quanto ci sia di te nel racconto ma io mi ci sono ritrovata.Grazie Paola buona domenica
Letto tutto d’un fiato. Le paure è la scelta di Laura è una cosa che accomuna molti di noi e tu, carissima Paola, sei riuscita a descriverla in modo semplice e veritiero. Non vedo l’ora di leggere il seguito. Cristina